martedì 15 gennaio 2008

CHI SONO


26 marzo 2007 'Il Piccolo'


"Pensieri e parole di Arrigo Calligaris. Non basterebbe un libro, ci vorrebbe un'intera enciclopedia per narrare aneddoti e storie di calcio di uno dei più conosciuti sportivi mandamentali. Dal calcio giocato, alla panchina, dal ruolo di fondatore e presidente di società a quello più moderno di public relationship. In cosa consiste il suo ruolo nell'A.C. Monfalcone? Seguo i giovani da segnalare alla società, vado a vedere come curano i vivai nelle altre realtà e poi alla domenica mi scateno nel ruolo di speaker. Qualcuno dice che lei esulta troppo dopo le reti azzurre... Fosse per me la mia squadra dovrebbe stare sempre nella metà campo avversa, e poi il gol è la ciliegina sulla torta di questo sport. Sono stato al Maracanà, diciamo che ho preso spunto dai commentatori brasiliani che sfogano tutta la loro gioia.
Il Monfalcone ce la farà? Sono sicurissimo che questa squadra resisterà al paventato ritorno della Manzanese. L'esperienza dei Birtig e dei Gubellini, la freschezza dei giovanotti, la mano sapiente di Pavanel: componenti che mi fanno ben sperare. Il grande pubblico sembra riavvicinarsi? Ultimamente la città si sta svegliando, quello di Monfalcone è un pubblico competente dal gusto raffinato, merita la Quarta serie. Come si è avvicinato al calcio? Oddio, partii in bicicletta da Ronchi, incontrai Ciso Zeleznik che mi fece palleggiare e mi disse di ritornare il giorno dopo. Avevo dodici anni, ero abituato al pallone fatto di stracci.
Perchè non cominciò a Ronchi? C'era una specie di casta dove i ragazzi provenienti dalla periferia erano snobbati. Dalla Fincantieri spiccò il grande salto... Esordii in prima squadra a 17 anni, mi voleva l'Udinese ma costavo troppo. All'epoca cinquecento mila lire erano soldini. Si tennero Virgili, centravanti che poi passò alla Fiorentina. E Calligaris? Giocai a Portogruaro, Sora, Avellino, Nola e Frosinone prima di ritornare in patria. A Ronchi, finalmente. Chiusi a Pieris dove trovai delle persone squisite, primo fra tutti il Maestro Guerrino Capello. A che età appese le scarpette? Avevo ventisette anni, in quegli anni si era ormai alla frutta. Smisi perchè avevo messo su un'attività. Ormai conosciuto come "Arrigosport" fondò il Vermegliano nel lontano '66, come prese la cessazione della società qualche anno fa? Un dispiacere enorme, scusate il paragone ma è stato come perdere un figlio. A mezzanotte bagnavo il campo, questa è passione.
Un termine che oggi manca? Oggi questo mondo è cambiato radicalmente. A venticinque anni ti svincoli e diventi un mercenario, ti affianca gente che ti illude e poi scappa: il dilettantismo sta diventando una sorta di professionismo. I ragazzini sono esenti da questi discorsi? Macchè. Società e Federazione non valutano i settori giovanili, la vera linfa. Esistono secondi fini, procuratori, politicanti, da 6-7 anni c'è un marciume ovunque. E poi play-off e play-out, sono giusti? E' inamissibile. Giovanissimi e Allievi che dovrebbero pensare a un dribbling o a un colpo di tacco sono costretti a giocare per il risultato a tutti i costi: e questo è colpa della Federazione. Avrebbe un'ancora di salvezza? Le società dovrebbero riunirsi, trovare degli accordi tra di loro, dall'alto dovrebbero costruire degli appositi centri sportivi dove chi ama il calcio è ben accetto, gli altri che stiano alla larga".
Matteo Marega